Salvatore Paci racconta il momento in cui la corsa diventa uno stile di vita,
tra errori, allenamenti e la scoperta che il metodo conta più della fatica
Ogni runner, prima o poi, incrocia uno di quei personaggi che sembrano essere stati folgorati sulla via della maratona. Corrono in giacca e mocassini, con la tuta pesante in pieno luglio, avvolti in un k-way o perfino in un sacco della spazzatura. Li osservi passare e ti chiedi cosa sia scattato nella loro testa. Perché nessuno nasce runner. A un certo punto, semplicemente, lo diventa.
È la stessa domanda da cui sembra prendere forma «Gli 8 gradini», il libro in cui Salvatore Paci ripercorre il cammino che, a 49 anni e con oltre 85 chili di peso, lo porta dalla prima corsa di appena cinque chilometri fino alle maratone, ai podi master e al ruolo di tecnico FIDAL.
Il titolo nasce da un episodio tanto banale quanto simbolico. Dopo quella prima uscita, la vera impresa non fu correre, ma salire gli otto gradini che separavano il portone dall’ascensore di casa. È lì che Paci individua il punto di partenza di un cambiamento destinato a trasformare il suo rapporto con lo sport e con se stesso.
Il libro alterna il racconto autobiografico a una riflessione concreta sulla corsa. L’autore affronta gli errori più frequenti dei runner amatori, spiega perché improvvisare gli allenamenti porta spesso a risultati deludenti e racconta come il miglioramento nasca da metodo, costanza e pazienza, molto più che dalla semplice fatica.
Gli 8 gradini è una lettura che parla a chi corre, a chi vorrebbe iniziare e a chi pensa che sia troppo tardi per farlo. Perché ogni runner ha una propria storia. E quasi sempre comincia con un primo passo, molto prima della prima medaglia.




