Corsa e dipendenza: la quarantena provoca l’astinenza dei runners. Come fosse droga

di Cesare Monetti

Nella vita come nello sport, qualsiasi cosa succeda, bisogna continuare a correre (Stefano Baldini)

La corsa, si sa, è uno sport dal fascino antico, forse per il bisogno di compiere questo gesto atletico per sopperire ai bisogni umani, forse per l’eleganza del gesto, forse per il benessere che regala ogni sessione al suo completamento.

La corsa moderna, più spesso definita “running” è un fenomeno sempre più in crescita, non coinvolge più solo atleti professionisti o di ottimo livello, ma anche centinaia di migliaia di amatori, uomini e donne e di tutte le età. Sembra essere uno sport meritocratico, che non crea discriminazione, mette d’accordo lingue, religioni, culture, continenti, è praticabile in qualunque posto del mondo, da soli o in compagnia, con qualunque condizione climatica, un paio di scarpette e via, le vie da percorrere sono infinite.

Ma la corsa soprattutto per l’uomo moderno è anche strumento di evasione, dai problemi, dallo stress, da abitazioni troppo piccole, da una società che sempre più strizza le potenzialità dell’individuo e allora un’ora di isolamento smussa i pensieri e fa emergere qualche soluzione. Oppure no, ma poco importa, basta alleviare la tensione.

POTERE ALLA MENTE – Il running al tempo del COVID19 è tra gli argomenti più caldi. Alcune regioni ne hanno bandito la pratica, giudicata aggregante e veicolo di contaminazione, ormai il decreto del Governo consente di praticarla solo nei pressi di casa. Ma va bene lo stesso, chi ama correre si accontenta, restringe i confini e amplia gli orizzonti con la mente, pregustando il piacere di ribattere i percorsi su cui si allenava prima e la compagnia degli amici, nonché il sapore della competizione.

UNA DROGA – Al momento, però, i runner sono considerati degli untori, tanta gente dalle finestre o dagli abitacoli delle auto lancia invettive pesanti, di conseguenza la pressione, già alta a causa dell’isolamento sociale, aumenta fino ad esplodere, come nel caso del runner di Montesilvano che ha preso a martellate una macchina, o genera depressione. Correre crea dipendenza con un meccanismo naturale che attiva la via oppioide, per intenderci lo stesso benessere generato da morfina ed eroina (e oppiacei in generale), sebbene in maniera più controllata. E’ quindi naturale l’insorgenza di una sorta di sindrome di astinenza, il craving, che spinge il runner a cercare la strada.

CROLLO PSICOLOGICO – E’ di pochi giorni fa la notizia che Gerardino Caso, runner residente nella provincia di Avellino, si sia suicidato. Chi lo conosce bene dice che era molto provato dalla situazione di emergenza che stiamo vivendo a causa del COVID19, pare inoltre che le misure restrittive che gli impedivano di uscire per allenarsi avrebbero ulteriormente contribuito al crollo psicologico che l’ha portato poi al gesto estremo che mai avremmo voluto conoscere.

IL PRECEDENTE – Ha commosso e fatto storia la vicenda di Kōkichi Tsuburaya, maratoneta e mezzofondista giapponese. Tsuburaya aveva partecipato alla maratona ai Giochi olimpici di Tokyo 1964, all’ingresso nello stadio, quando era ormai certo di essersi classificato secondo, pronto a raccogliere gli onori della sua splendida performance, venne superato negli ultimi 100 m dall’inglese Basil Heatley. Nonostante l’onorevolissima medaglia di bronzo Tsuburaya trasformò questa esperienza “negativa” nella molla che lo spinse a allenarsi duramente nella speranza di vincere le Olimpiadi del 1968.

Allenamento dopo allenamento, Tsuburaya maturò la sua preparazione ma si infortunò, iniziò a soffrire di lombalgia al punto che si rese conto che non avrebbe potuto partecipare ai Giochi olimpici di Città del Messico, quantomeno non nei panni del vincitore.

Tsuburaya si suicidò tagliandosi i polsi il 9 Gennaio del 1968. Tra le mani aveva una lettera di addio con parole di ringraziamento ai genitori, ai fratelli e agli istruttori e un incitamento a dare il massimo agli altri corridori. Il messaggio si concludeva in maniera straziante, Tsuburaya scrisse di essere troppo stanco per poter continuare a correre, ma di non poter vivere senza la corsa e, pur rendendosi conto di causare pena e dolore ai suoi parenti, per lui il suicidio rappresentava la soluzione migliore, chiedendo infine di essere perdonato.  

 

 

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