Doha mondiali: l’incapacità di adattamento del maratoneta

di Cesare Monetti

Le domande sono due: E’ il maratoneta a doversi adattare alla maratona, al suo contesto, ai fattori esterni che la condizionano tipo condizioni climatiche (caldo o freddo) oppure di percorso come salite o discese oppure è la maratona che deve assecondare l’atleta e quindi può svolgersi in luoghi e modi dove l’atleta può solo esprimersi al meglio?

E cosa significa esprimersi al meglio? Si parla solo di velocità classica del maratoneta oppure si parla di resistenza totale nel chi è meglio capace di correre 42,195km nelle condizioni prestabilite e pari per tutte.

Dove è la capacità di adattamento dell’atleta? Eppure era il 2014 quando furono assegnati i Mondiali di atletica a Doha, ebbene sì, sono passati cinque anni. Tempo per metabolizzare la cosa, programmarla, gestirla, provarla, testarla ce n’è stato.

La debacle, soprattutto azzurra, è arrivata, la delusione dei tanti tifosi è stata forte. Sara Dossena già dolorante al piede prima del via si è arresa al 13°km con uno svenimento, Giovanna Epis ha resistito fino al 26°km prima di gettare la spugna.

Il caldo notturno di Doha, 32 gradi e il 73% di umidità, ha fatto le sue vittime, non solo italiane ma di tante altre atlete ma non tutte: per la precisione sono state 25 su 68 (37 %) in confronto a Londra 2017 si fermarono 14 atlete su 92 (15 %). Insomma, tanti ritiri ma qualcuna è anche arrivata al traguardo.

Quindi chi ha vinto a Doha? Non la più veloce in termini assoluti, ma l’atleta più resistente. Quello che forse patisce meno l’umido caldo e che magari si è allenata per mesi trovando e provando condizioni climatiche così proibitive.

Tanti e da tanto (sorry per il gioco di parole) seguendo le nostre due azzurre sui social in questi mesi, si domandavano perché andare in altura con un clima secco e 20 gradi se non di meno per tante settimane se poi la gara e le sue condizioni in campo sarebbero state completamente differente? Perché non portare il fisico ad adattarsi e a gestirsi con questa tipologia di clima?

Perché provare una, massimo due, allenamenti in notturna e solo negli ultimi giorni quando non lo si è mai fatto nella vita e ‘non si sa’ come potrebbe rispondere in generale il fisico?

Sara Dossena ha dichiarato a fine gara: “Fermarmi, per me, era una cosa inconcepibile soprattutto indossando la maglia azzurra a un Mondiale. Sarei arrivata anche camminando, con un tempo altissimo, ma non respiravo, il mio fisico è esploso e sono svenuta. Il dolore al piede? C’era, ma non è stato quello. Avrei voluto ripartite, ma a stento camminavo. Era diventata una situazione pericolosa. Mai provato condizioni così”.

Appunto…’Mai provato condizioni così”. E’ proprio questo il punto.

Rimango dell’idea che il maratoneta è un atleta, in questo caso addirittura un professionista, e quindi debba sapersi adattare alle diverse situazioni e debba saper leggere una gara già mesi e mesi prima così da gestirla anche in fase di preparazione. L’uomo è una macchina perfetta e da millenni si sa adattare a condizioni climatiche proibitive ed impensabili, pensiamo a chi vive tra i ghiacci o chi all’Equatore.

La verità è che siamo imbalsamati in un vecchio e solito sistema di tabelle standard, senza capacità di variare. L’atletica si vive ormai in cinque continenti e sarà sempre più così. Vince chi si adegua per primo.

Nella Formula 1 o nel motomondiale l’assetto di gara del mezzo meccanico cambia ogni cirucito, a seconda delle temperature esterne e dell’asfalto, a seconda delle curve o della lunghezza dei rettilinei viene variato il carico aerodinamico, il pilota cambia il suo stile di guida se piove o non piove, andandoci più dolce ad esempio se l’asfalto è bagnato.

Perché un maratoneta, uomo o donna che sia, deve solo pensare alla sua massima prestazione possibile come una corsa al massimo della sua possibile velocità, alla ricerca in pratica dei suoi limiti di personal best, e non di resistenza alla fatica?

Come per i mondiali di calcio anche in questo settembrino sabato siamo tutti ct, preparatori atletici. Però viene facile pensare davvero che era meglio fare dei lunghi lenti al caldo della Sicilia, della Puglia, del Marocco o dell’Egitto piuttosto che ripetute sul filo dei 3’ al km tra le Alpi.

Gli alpinisti si allenano mesi al freddo e nel ghiaccio per provare le condizioni che troveranno in cima all’Everest, so per esperienza personale che Ambrogio Fogar prima di fare le spedizioni al polo con il suo Armaduk per giorni interi stava chiuso e segregato in una cella frigorifera di un supermercato a Milano.

Perché si dice che non si possa correre in quelle condizioni? Certo non sono ideali, ma allora i triatleti che fanno l’Ironman con i campioni che gestiscono la gara sul filo delle 8 ore (NON 2 MA 8!) gareggiando in posti molto caldi prima in bici e poi facendo comunque la maratona di seguito?

Cosa dovrebbero dire? La differenza, forse, è che spesso si allenano e gareggiano in posti caldi molto caldi e dunque il loro corpo si è abituato nel tempo e il grado di sopportazione è più elevato così ancora come la capacità di gestire il maggior sudore, la maggiore disidratazione siano già previsti.

Stesso discorso per gli atleti che corrono le maratone e ultramaratone nel deserto. L’UOMO PUO’ FARCELA.

Ora c’è la 50km di marcia, poi ancora altre tre prove tra marcia e maratona maschile, ancora dovremo sentire la stessa canzone, forse bastava provare almeno ad adattarsi.

Non va bene così? Allora è più corretto fare i mondiali solo alla Maratona di Berlino, veloce e super veloce. Facciamo lì i mondiali di maratona tutti gli anni e poi…non lamentiamoci se vincono i soliti straordinari e velocissimi atleti africani. Forse oggi, in Qatar, avevamo le carte mescolate per una volta, forse avremmo avuto un piccolo vantaggio. Non l’abbiamo saputo ‘provare’.

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