Amputazione e vita a rischio per ‘Massiccione’. Ma ne vale la pena? Io penso che…

di Cesare Monetti

Fino a quanto? Fino a dove? Qual è il limite dove spingersi per sentirsi grandi, per sentirsi eroi?

Purtroppo l’ultrarunner Roberto Zanda, detto ‘Massiccione’ (leggi qui cosa è successo) ora come ora non se la sta passando bene, sta rischiando fortemente l’amputazione di mani e piedi a seguito del gelo subito alla Yukon Artik, gara da oltre 400 miglia. Le sue parole “Chi se ne frega, amputatemi pure” non mi sono piaciute per nulla, credo davvero poco rispettose verso chi magari è nato senza piedi o senza mani e mai ha provato ad averle e le sogna da sempre. ‘Chi se ne frega’ tanto metto due protesi e riparto’…mi spiace ma lo ritengo inaccettabile ed offensivo, anche se ovvio dette da chi ha rischiato di morire e questa è dunque una nuova vita. Del tipo…non sono morto. Va bene così.

Da due giorni mi chiedo se davvero ne vale la pena rischiare così tanto per una gara. Non era sufficiente fare la versione più corta?

Io, sulla mia pelle, per la mia pelle mai lo farei. Va bene lo sport, ma questo è estremismo che non mi piace e che lascerei davvero a pochi eletti che fanno della loro disciplina sportiva qualcosa di vitale, di unico e magari nella maggior parte dei casi una professione. Ed è questa la differenza: un conto è Simone Moro che sa cosa fa e come fare le cose, un conto è il più classico degli ultra runner e la maggior parte di noi, gente comune che si arrabatta in qualche allenamento tra il lavoro e la famiglia. Si tratta a mio avviso solo di ego personale, di non sapersi dare un limite, di rischiare oltremodo. Un  qualcosa che secondo me non ne vale la pena. Nessuna gara, in nessuna disciplina, vale una vita o i propri piedi e le mani.

Concepisco lo sport come qualcosa che ti fa star bene, che ti mette in forma, che ti regala agonismo e adrenalina, dove il tuo fisico e la tua testa ti portano ad essere una persona migliore rispetto a quella che saresti stata facendo il sedentario sul divano. La mia risposta è ‘no’, non ne vale la pena, questo autodistruggimento al grido di ‘osannatemi sono un eroe’ mi spiace, ma non mi piace.

Mi si potrà dire che l’inconveniente è sempre dietro l’angolo, che si può morire anche la domenica mattina in una tranquilla gita in bicicletta o inciampando a piedi picchiando la testa o con un infarto. Vero. Ma in una normale gara la percentuale di incidenti e morti rispetto ad una gara estrema è infinitamente più bassa. E’ bene dirlo, per una situazione simile tra gelo e neve,  non c’è stata neanche una preparazione fisica totale e completa. Da quanto ho potuto leggere in questi giorni era la prima volta in situazione di gelo e di freddo per il nostro sfortunato atleta sardo al quale auguro la migliore e più veloce guarigione possibile. Però…però rimane questo fatto. Si va dai deserti al -50 gradi, solo per dire ‘ce l’ho fatta’, al solo grido della ‘Resilienza’ parola tanto in voga in questi anni, ma senza una vera formazione specifica e il rischio è quindi fuori controllo. Trovarsi al gelo e non avere esperienza in merito secondo me è davvero sbagliato. Forse se avesse avuto dei trascorsi da alpinista e similari situazioni avrebbe capito che non era il caso di continuare.

Direte voi…nella vita bisogna provare, dare il massimo e ascoltare dentro di sé quella voce che dice ‘provaci’, bisogna provare a realizzare i propri sogni. Bisogna arrivare sempre e comunque, anche sui gomiti se non sulle proprie gambe. Ma questo per il nostro Zanda era davvero il sogno della vita oppure era una delle tante sfide?

E ritorno alla prima domanda: “Ne valeva davvero la pena spingersi fino a tanto e mettere in pericolo la propria vita e rimanere poi invalido per i restanti anni?”. La mia risposta è no, ma ognuno sia chiaro è libero di fare ciò che vuole della propria vita.

Dopodiché…FORZA MASSICCIONE!

 

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