L’ultramaratoneta Luisa Zecchino investita mentre si allena. E’ grave.

di Cesare Monetti

L’ultima impresa di Luisa Zecchino è durata 32 ore. Si chiama Spartathlon, una delle ultramaratone più dure e famose del mondo, ed è stata a fine settembre. Ma ora è cambiato tutto, i sogni e le imprese non contano nulla quando ti trovi in un letto in prognosi riservata dell’ospedale di Taranto e lotti tra la vita e la morte.

Poco conta la maglia azzurra che hai onorato con tenacia ed orgoglio nelle gare di endurance. Lei che è stata capace in questi anni di correre ben 219km nelle 24 ore, 314 nelle 48 ore e addirittura 732km in una 6 Giorni. Un monumento. Una roccia. La parola ‘Resilienza’ fatta a persona. Adesso purtroppo è il momento di stare vicini alla famiglia di Luisa coinvolta ieri in un grave incidente stradale mentre si allenava nella zona Parco di Guerra a Taranto.

Ora c’è solo da sperare che la tenacia e la resistenza che Luisa Zecchino ha sempre dimostrato nella corsa le metta in moto anche ora.

E’ l’ennesimo incidente che accade ad un podista sulle strade, o ad un ciclista. Abbiamo pianto poche settimane fa Alessandra Casiraghi, alpinista d’altissimo livello e sorella della fortissima ultramaratoneta Monica Casiraghi, investita mentre si trovava in bici ed ora ci troviamo qui a sperare che all’azzurra Zecchino le cose si possano risolvere in maniera positiva.

La verità è che ciclisti o runner siamo troppo esposti, troppo in balia del traffico, delle auto che sfrecciano come proiettili in strade urbane o extraurbane, con guidatori che si sentono piloti, che sono distratti dallo smartphone, dalla radio, dal navigatore, dallo stress. E poi manca il rispetto, l’educazione, il senso civico, il lasciare la precedenza, il lasciare il margine di sicurezza, la gentilezza.Quasi un morto al giorno in bicicletta in Italia, a piedi la statistica è senz’altro più bassa, ma il rischio c’è ed è forte.

Soffriamo e rischiamo la sera a correre sulle statali al buio, ma anche magari nelle ore del tramonto quando il sole è basso ed acceca chi è alla guida di un’auto e di un camion. Siamo convinti ci vedano, tanto è chiaro, ed invece il sole negli occhi rende impossibile questo.

Noi runner per primi dovremmo però fare più attenzione, spesso non è così. Siamo superficiali. Corriamo al buio con le cuffie stereo nelle orecchie, non mettiamo catarifrangenti o segnali luminosi, non sappiamo che è molto meglio correre sul lato sinistro della strada, contromano, così da controllare il traffico che ti viene incontro piuttosto che invece farci sorprendere alle spalle.

Servono piste ciclabili, aree pedonali, parchi illuminati anche di notte. Sì perché è vero che esistono i parchi, ma spesso sono al buio o non illuminati a sufficienza quindi d’inverno già dalle 17.30 diventano impraticabili e ,in maniera differente, a loro volta pericolosi. Furti, violenze, rapine, accade di tutto. Così sembra meno rischioso andare sulla strada e correre a 50 centimetri di distanza da camion, auto e furgoni mentre schiviamo tombini, buche e foglie. Questo è il paradosso, ci sentiamo più sicuri sulla strada che in un parco.

Forza Luisa, ti siamo tutti vicini.

 

 

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