Il triathlon non è un inganno

di Cesare Monetti

Due anni fa dopo aver corso la maratona di Milano avevo scritto questo pezzo (clicca qui) affermando, e ne sono sempre convinto tuttora, che la Maratona è un INGANNO. A distanza di due anni la voglia di mettermi in gioco mi ha portato domenica a partecipare alla mia terza gara triathlon e la prima in assoluto sulla distanza 70.3, ovvero mezzo Ironman. 1,9km di nuoto, 90 di bici e 21km di corsa per chi non lo sapesse. E questa volta posso affermare che il triathlon in confronto alla maratona non ti inganna.

Già, perché se come dicevo nel precedente articolo la maratona almeno nella prima parte di gara ti fa sentire un dio della corsa dove tutto sembra facile, nel triathlon la fatica e l’impegno mentale è totale e asfissiante fin dalla prima bracciata. Anzi forse già dal metterti la muta stretta sotto il sole. O dal preparare la bici in zona cambio nel pre-gara dove pensi di esserti sempre dimenticato qualcosa.

Sì esatto: ho detto ‘asfissiante’. Perché questo è ciò che mi è accaduto ieri nella prima parte della frazione di nuoto appena dopo la sirena che ha sancito il via dell’IronLake del Mugello, nelle acque gelide, ma neanche tanto (17 gradi) del Lago di Bilancino. Sensazione di ‘non respiro’ , pulsazioni a mille, sportellate, manate, uno sopra l’altro, io che vado storto a zig zag, i piedi di quello davanti che prendi davanti con le mani e la boa per la prima virata posta a 900 metri che è un piccolo puntino quasi invisibile. Là i fondo. Che non si avvicina mai. Che fanno…la spostano?

Il non riuscire a prendere il ritmo giusto, la convinzione negativa mentale che prende il sopravvento e dentro di te mentre respiri a fatica mezzo sott’acqua e mezzo ancora sott’acqua è quella di non farcela. 1,9km che sembrano infiniti. Faccio fatica a farli in piscina, figurati qui.

Quindi nessun inganno stavolta. Nel triathlon è così. O decidi di lottare per stare a galla e per vivere un giorno da leone altrimenti fatti issare sul gommone e goditi il sole e la gita in barca con i volontari. Guardando gli altri.

In pochi secondi e senza fermarmi ho deciso di andare avanti, un po’ con la testa nel panico ma comunque testa dura. Sempre con la sensazione di non farcela sono arrivato fino al giro di boa dove sono iniziati i problemi veri, ovvero i crampi ai polpacci. Forse la tensione, forse il ritmo troppo veloce, non so. Fatto sta che anche qui la voglia è stata quella di arrendersi e chiamare i soccorsi. Come fare altri 900 metri con le gambe bloccate? Ho pensato però che questo mio giorno che preparavo da quattro mesi non contemplava il ritiro. Nossignore, niente ritiro, niente resa. Piano piano sono arrivato a fine frazione, alzandomi in piedi la testa inizia a girare e le gambe belle dure non mi hanno mollano neppure per fare quelle centinaia di metri a piedi per arrivare in zona cambio.

Ma ormai ero felice. Sollevato. Il più era fatto. Bastava solo respirare un po’ bene. Certo 38 minuti su una gara da cinque ore e mezza e con la mia solita positività che non mi molla penso che ormai è fatta. Siamo messi bene.

In bici è uno spasso, certo faticoso con i suoi quattro giri e la salita, ma è anche divertimento puro a settanta all’ora in discesa. Almeno non rischio di affogare. E prendo il sole. Cosa voglio di più? Non c’è altro posto al mondo dove vorrei essere. Però anche qui nessun inganno. I primi due giri passano, la salita del terzo giro inizi ad accusarla, al quarto giro ormai prossimo alle tre ore di bike inizi a pensare che la successiva mezza maratona non sarà poi così una passeggiata. E infatti…mollata la bici parto di corsa a 5’ al km, il ritmo che avevo preventivato in allenamento. Ma non puoi ingannare le gambe nello sterrato del parco sulle sponde del lago. I sassi e il sentiero sconnesso si fanno sentire, ormai sono le 14, fa caldo. E i primi stanno già vincendo.

Nel triathlon nessuno parla, è fiato sprecato, è sforzo inopportuno. Pubblico ad incitare, almeno ieri, pochino. Insomma sei te e ancora te. E pensi. E cerchi di rimanere calmo e di estraniarti un po’ pensando ad altro. Ma no, non alla stanchezza, tanto quella ti viene a prendere lei. E’ inutile pensarci e chiamarla. E infatti, puntuale al km 17 spia della riserva accesa, benzina finita, muscoli quadricipiti di pietra e inizio un corri cammina. Molto più cammina che corri. Cerco io di ingannare il mio fisico bevendo Coca Cola ai ristori e acqua. Ma niente. Dai 4km passano e infatti arriva così anche la fine del quarto giro e la finish-line.

Soddisfatto? Sì tanto. Ci ho creduto e nel mio piccolo ho fatto una cosa che volevo fare e a cui tenevo. Forse un minimo di rammarico per il crono finale, ma vi sarà tempo per allenarsi meglio e fare una gara magari anche più semplice come percorso. Sia chiaro nessun eroismo da parte mia, in centinaia di migliaia hanno fatto questo prima di me e altrettanti la faranno. Ma io guardo a me. Guardo al mio limite della fatica, delle forti emozioni provate, della cocciutaggine che ho spostato un po’ più in là.

E ora? E ora…ho già voglia di farne un altro…e sono sicuro che anche lì nei primi 300 metri a nuoto mi verrà da dire: “Io mi fermo”. Tanto poi vado avanti. Ora lo so.

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