Quando il runner diventa addicted compare ‘il male di correre’

Vi è nell’uomo una perenne predisposizione all’eccesso, anche quando si parla di sport: succede, così, che un’ottima attività psico-fisica come il running possa trasformarsi in una dannosa dipendenza. Ma chi colpisce, perché e cosa può provocare?

Esatto, stiamo parlando di quella patologia – già, chiamiamola con il termine corretto, perché di una patologia vera e propria si parla – che trasforma una persona sana e sportiva in un ‘drogato’ della corsa. No, non è semplice passione smodata, ma un’attività che finisce per influenzare sia la vita familiare che, in alcuni casi, anche quella professionale. E che, secondo studi recenti, colpisce per lo più i runner Master che abbiano iniziato a correre in età avanzata.

“Quello della dipendenza da sport è un tema estremamente delicato – ha spiegato Cristina Conti, psicoterapeuta e psicologa dello sport in una recente intervista a Repubblica – e va interpretato con grande cautela, considerando sia quanto ancora la ricerca su tale argomento debba essere approfondita, sia quanto spesso il termine ‘dipendenza dallo sport’ venga usato impropriamente. Non bisogna commettere l’errore di adottare un metro puramente quantitativo e considerare la dipendenza da sport per designare tutti quei casi in cui si pratica eccessivamente attività fisica. Si tratta di un problema complesso e multidimensionale. Non basta riferirsi a una condizione in cui è presente, ma non necessariamente, un abuso quantitativo della pratica sportiva, quanto a una condizione in cui esistono dei sintomi e caratteristiche psicologiche simili a quelle presenti in altri tipi di dipendenze, dall’impossibilità di resistere all’impulso di tenere certi comportamenti, al piacere nell’attuarli, alla comparsa dei sintomi dell’astinenza“.

Secondo le ultime ricerche, parrebbe che questa ‘dipendenza’ da running sia più marcata negli atleti Master, ma anche in chi si sia cimentato in gare ultra ed in chi partecipi normalmente e da almeno quattro anni a gare competitive. Secondo altre, inoltre, è stata riscontrata una maggior dipendenza tra le podiste donne. Spesso, infine, a scatenare la ‘dipendenza’ sono cambiamenti importanti, come la fine dell’attività lavorativa, un divorzio o un lutto, che spingono la persona a gettarsi ‘anima e cuore’ in una nuova attività.

Uno dei maggiori problemi per il runner dipendente, m a anche uno dei più grandi errori, è legato alla gestione dell’infortunio: “Mentre la pratica dell’attività risultava offrire ai runner numerosi vantaggi nel far fronte allo stress – ha spiegato la psicologa -, lo stop causato dall’infortunio evidenziava forti disagi psicologici, esperienze affettive negative, depressione e perdita di autostima. L’infortunio blocca e, in condizioni di dipendenza, questo non può essere tollerato: viene negato oppure se ne sottostima la gravità. Ci si può continuare ad allenare provando dolore o ricorrere al doping e ad altri farmaci per non avvertirlo. Tempi di riposo, di recupero e terapie vengono scarsamente considerate e anche in caso di stop forzati legati ad operazioni, il rientro all’attività viene spesso velocizzato senza troppa attenzione, con conseguenti recidive dietro l’angolo”.

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