TRAGEDIA IN ALTA QUOTA: MUORE TRAILER DI 42 ANNI

Matteo Trombacco

Colpito da un fulmine mentre partecipava al Trail dei Castelli a Gemona del Friuli: si chiamava Mario Pantanali, atleta amatore di Noventa Vicentina, appassionato di montagna e trail.

È morto colpito da un fulmine mentre partecipava al Trail dei tre Castelli, presso la cima del monte Cuarnan, a Gemona del Friuli: si chiamava Mario Pantanali, ed era un trailer di Noventa Vicentina. Uno delle migliaia di amatori che, ogni fine settimana, partecipano a gare di trail running, skyrunning o vertical in montagna. La disgrazia è accaduta a quota 1.100 metri ed è stata causata da un breve temporale accompagnato da una grandinata di una ventina di minuti.

Ma cosa è andato storto?

Invero nulla, nel senso che sarebbe stato impossibile per chiunque prevedere la tragedia, come sarebbe stato altrettanto impraticabile per gli organizzatori fermare tutti gli atleti per motivi di sicurezza. Perché, di fatto, alcuni atleti erano effettivamente stati fatti fermare ad uno dei ristori, in attesa che il temporale passasse, ma per tutti gli altri impegnati nella gara, non è stato possibile mettere in pratica alcun intervento, se non quello di affidarsi al caso o al giudizio dei singoli atleti.

In ogni gara, che sia su asfalto o su sterrato, in città o in montagna, infatti, ogni atleta è comunque responsabile di se stesso: Mario avrebbe dovuto fermarsi ed aspettare la fine del temporale? Forse, ma forse no. Perché un fulmine cade dove cade, e colpisce quel che colpisce, un po’ come un terremoto, che si può solo sperare che… succeda, se proprio deve succedere, ma un po’ più in là. Perché, poi, Mario si sarebbe pure potuto fermare, riparandosi magari sotto… un albero? Una roccia? Perché il panorama montano è questo che offre, alberi infiammabili e rocce in grado di propagare la corrente di scarica…

Ed allora l’incidente di Gemona non è niente più che un inevitabile, triste evento sfortunato, che ha colpito un ragazzo di 42 anni con la passione per la corsa in montagna, e niente più. Perché non c’è nessuno a cui imputare una colpa, quando una colpa non esiste, ma ad essa si sostituisce il fato. Né c’è lo spazio per polemiche tanto insensate quanto inutili.

Certo, forse bisognerebbe ripartire da qui, da questa tragedia, per provare a pensare a qualche nuovo dispositivo di sicurezza da rendere obbligatorio per ogni atleta, magari un chip di nuova generazione in grado di emettere differenti segnali sonori e luminosi che avvertano l’atleta dell’interruzione di una gara per un pericolo relativo alla sicurezza o di qualche altra problematica… ma, forse, qui rientriamo nel campo della fantascienza, chissà… Ma in attesa che ciò possa diventare scienza, ecco quel che si può (provare) a fare nel caso in cui ci si trovi in mezzo ad un temporale in montagna:

Evitare creste, guglie, vette mantenendosi a una buona distanza da esse (almeno 15 metri).

Le parti metalliche dell’equipaggiamento vanno depositate lontano.

Evitare canaloni, fessure, camini e ripari quali cavità, grotte, grossi massi isolati e alberi.

Evitare le vie attrezzate con funi e scale di ferro o allontanarsene il più rapidamente possibile.

Distese di neve e ghiacciai sono più sicuri del terreno roccioso.

Evitare gli assembramenti di animali o persone.

Allontanarsi dalle pareti verticali e assumere una posizione rannicchiata con i piedi uniti e le ginocchia raccolte contro il corpo.

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