OSSOLA TRAIL

IMG_1639[15]Come l’ultima delle principianti

Domenica 10 ho corso il Trail della Val d’ Ossola. Beh, corso è una parola forte, diciamo che ho corso/camminato questo trail che è veramente bello, tosto, con solo i primi (e quindi anche gli ultimi) 500 m corsi su asfalto. Il resto è tutto assolutamente off road, in parte immerso nel verde e in parte allo scoperto sulle pendici del Monte Faiè, tutto un alternarsi di mulattiere e single track per 18 km, la versione breve, la mia. La lunga, invece, prevede, una volta scesi al lago, una risalita sul Montorfano che aspetta proprio lì, di fronte all’arrivo, i podisti stanchi. Ci vuole una gran testa riprendere a salire, totalizzando 1.900 m di dislivello, e concludere la gara dopo altri 9 km, per un totale di 27. Eppure questa sta diventando una gara molto gettonata. Al suo 10° compleanno, infatti, tantissime le richieste che l’organizzatore, Carlo De Giuli, non è riuscito a soddisfare: “Sì, a quota 300 abbiamo chiuso le iscrizioni, anticipatamente rispetto alla data di scadenza in quanto presto abbiamo raggiunto il nostro quorum. Le richieste sono state quasi il doppio ma non abbiamo potute accettarle. Prediligiamo la qualità di una buona logistica che non grandi numeri che poi, magari, sono difficili da gestire”. Davvero apprezzabile. Qualcuno però non si è rassegnato e ha corso ugualmente senza pettorale.

Si parte

Ma torniamo a noi. Pronti, via, si parte da Mergozzo, col suo lago sulla nostra destra e la strada che ben presto inizia a salire sulla sinistra. Ho molte gare di ultra alle spalle, diciamo che sono un diesel e la distanza non mi spaventa di certo, ma le salite proprio no, non le ho nelle gambe e così improvviso questa gara come l’ultima delle principianti, con tutto quello che si sa e si legge/scrive/ascolta su argomenti di competizioni, allenamenti, endurance. Sono più di dieci anni che faccio giornalismo sportivo e quindi ne ho sentite di conferenze, tavole rotonde, eventi sull’argomento: nulla si improvvisa, tutto è frutto di serio e duro allenamento. Chi lo fa è un incosciente sprovveduto. Ed eccomi qui a salire su questi sentieri che non mollano mai, con le mie gambe che vengono da allenamenti da bassa Pianura Padana, dove al massimo incontro dei bei cavalcavia come erta da affrontare. Qui invece non incontro mai, chessò, un falsopiano, un piccolo spiazzo. Niente.

Sudore e fatica

Nei soli primi 7 km si arriva a salire fino a 1.300 m. di altitudine. Fa caldo, il mio viso gronda sudore, la bandana che ho sulla fronte ne trattiene un po’ ma poi diventa zuppa anche lei e in un attimo sembro appena uscita da una doccia: capelli e viso bagnato, il sudore mi brucia gli occhi, non vedo bene. Arrivata al Vercio, io e il mio compagno di avventura ci fermiamo un po’ ad ammirare il magnifico panorama che si apre sotto il nostro sguardo: il piccolo Lago di Mergozzo che, separato solo da una striscia di terra, si “bacia” col grande Lago Maggiore, a formare quasi un otto. Sulla destra il Lago d’Orta e, sullo sfondo, il Monte Cerano, il Poggio Croce e il gruppo del Rosa. Incrociamo chiesette, casolari, piccole abitazioni. Tre i ristori lungo il tragitto, completi di sali minerali, barrette, biscotti e simpatia delle volontarie, che ci incoraggiano. Dopo un lungo tratto in cresta, dove penso, beh, la salita è finita, si riprende a salire in cima al Monte Faiè. Percorso decisamente panoramico che, con la sua bellezza, stempera la fatica. E poi quando sei in montagna non è come nelle maratone da strada dove alzi un braccio e il primo loser bus che passa ti raccatta e riporta alla base. Qui sei in ballo e devi ballare, tenere le riserve per “tornare a casa”. E così faccio, resisto. Penso al bel ristoro che troverò al di là dell’arco e al rilassante servizio massaggi approntato da fisioterapisti esperti.

Siamo sicuri

E intanto mi girano per la mente le frasi che molti atleti ripetono nelle interviste che ho fatto loro: “Il bello della fatica… Deve piacere far fatica… Ne vale sempre la pena…”. Già, ma a me piace far fatica? Ne vale veramente sempre la pena? Sì, mi dico di sì quando, finita la discesa che mi ha “morso” le gambe nell’improba lotta contro la forza di gravità, comincia a vedersi il lago. So che quando arriverò lì, svolterò a destra e dopo poche centinaia di metri passerò sotto l’arco della finish line e sarò felice, contenta di me e della mia prestazione. Al di là del crono, al di là di classifiche, ma per il solo fatto esserci stata. E di avercela fatta.

Risultati

Vince la lunga Clemente Berlingheri in 2:39’06”, con una media di 5’53” al km, 10,183 km all’ora (notevole). Prima tra le donne, e 9^ assoluta, Emanuela Brizio, in 3:11’58”, 7’6” al km, 8,439 km all’ora. Chapeau.

I vincitori della corta: Rolando Piana, con 1:41’05”, Daniela Bona con 2:15’02” (32^ assoluta). Bravi tutti.

Silvana Lattanzio

 

 

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