USA: ULTRAMARATONETI E MARIJUANA, PER LA WADA CONNUBIO CONSENTITO

Utilizzata per diminuire la sensazione di dolore e nausea, ma anche come rilassante, la cannabis sta entrando sempre di più nei programmi di allenamento degli ultratleti, non solo americani.

Ok, togliamoci l’abito da benpensanti e limitiamoci ai dati di fatto. E soprattutto non consideriamo questo articolo pro o contro, ma puramente e semplicemente informativo. La notizia è la seguente: molti maratoneti e moltissimi ultramaratoneti americani utilizzano abitualmente marijuana perché migliora la gestione del dolore e della nausea, oltre che ad aiutare l’atleta a rilassarsi.

Frenate ancora per un istante lo sdegno, almeno fin dopo la prossima frase: la Wada, l’Agenzia mondiale dell’antidoping, ha da pochi anni decretato l’innalzamento del livello di THC consentito (il THC è il principio attivo della marijuana, ndA.), permettendo agli atleti di utilizzarla, ma solo durante gli allenamenti. E la Usa Track & Field, l’associazione americana che gestisce le corse di lunga distanza, si è conformata alle nuove disposizioni. Stiamo ovviamente parlando degli Stati Uniti, dove già ventitré stati hanno legalizzato la cannabis per uso terapeutico, non certo della old Europa.

Ma se molti la fumano, ci sono anche numerosi atleti che la assumono per via orale o attraverso creme ed unguenti, e non si tratta solo di runner di endurance, ma anche di snowboarder o giocatori di football del calibro di Nathan Ross Jackson. Diviso il mondo sportivo, tra coloro che ritengono la marijuana una sostanza da utilizzare e quelli che, invece, o la definiscono inutile o la ritengono un aiuto scorretto, in quanto il dolore deve essere gestito autonomamente da ogni sportivo. Ed il mondo medico americano, cosa dice? Senza prendere una posizione vera e propria, la Lifetree Pain Clinic ha dichiarato come ci siano “molti fattori che suggeriscano che la cannabis blocchi proprio l’input fisico del dolore”.

Ovviamente la sostanza non può essere utilizzata durante le competizioni, pena la squalifica, ma è altrettanto vero che i controlli sono ancora così sporadici che, allo stato attuale, non possono che essere ritenuti pressoché inefficaci: cosa, questa, che sta mettendo in allarme alcune federazioni europee, come quella francese, secondo la quale sono sempre di più gli ultrarunner transalpini che utilizzano questa particolare terapia del dolore per affrontare la fatica.

Resta il fatto che, secondo accurati studi medici, l’effetto della marijuana, se fumata, ha una durata di una, tre ore, non sufficiente, quindi, a ‘coprire’ tutto il tempo dello sforzo necessario a portare a termine una 50k o una 100k, scomparendo quindi proprio alla fine, quando dovrebbe servire maggiormente. Risultando, a nostro avviso, inutile. Altro discorso se la cannabis viene ingerita, poiché destinata a restare nel corpo per almeno quattro, cinque ore.

Matteo Trombacco

Photo: runnersworld.com

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