COME PREPARARE UNA 100K NEL DESERTO: A TU PER TU CON KATIA FIGINI

Con l’aumento esponenziale del numero delle gare e dei podisti, è subentrato anche il desiderio di aumentare le distanze: se un tempo le ultramaratone erano appannaggio di pochi atleti ‘coraggiosi’, ora correre una gara di endurance è più ‘normale’. Tra le numerose gare, sia italiane che estere, c’è una tipologia di corsa che sta sempre più spopolando tra gli amanti dell’avventura, ovvero quella delle corse nel deserto. Ne abbiamo parlato con Katia Figini, senza dubbio una delle atlete e preparatrici italiane di punta per quanto riguarda questo tipo di avventure. Ci eravamo sentiti qualche mese fa, quando avevo pensato di partecipare alla 100km del Sahara, la cui edizione 2016 è stata purtroppo cancellata.

“Preparare una gara lunga ed a tappe nel deserto prevede di lavorare su parti del nostro corpo diverse dal solito: bisogna concentrarsi sui piedi, sui polpacci e sulle caviglie.” A parlare è Katia Figini, ultramaratrailer che ha già attraversato di corsa i deserti dei cinque continenti e che, oltre ad essere un’atleta eccezionale, è anche una personal trainer per runners desiderosi di migliorarsi o, semplicemente, di imparare a correre. Nella sua struttura, infatti – PerCorsi – sotto la sua supervisione è possibile seguire dei piani di preparazione personalizzati: “Spesso ci sono le intenzioni – spiega Katia -, ma non si sa da che parte iniziare. Molti, ad esempio, pensano che per preparare una maratona, un’ultra o una gara a tappe basti ‘educare’ le proprie gambe a correre per tanto tempo. Così ci si mette su una pista, si va al parco, si raggiunge una velocità ‘base’ e più si riesce a tenerla meglio è. Non funziona così! Prepararsi a correre tanti chilometri non vuol dire solo allenarsi a correre un lungo”.

Per questo motivo, prosegue Katia, se il 70% dell’allenamento resta invariato, per preparare una 100 km nel deserto è indispensabile modificare il restante 30% del lavoro: “Bisogna – spiega – allenarsi con un carico, lo zaino contenente il materiale obbligatorio (coperta termica, almeno un litro d’acqua, una pila, un accendino e un fischietto…), e bisogna imparare a ponderare le energie e preservare le gambe. Correre sulla sabbia è estremamente faticoso: dapprima l’adrenalina non fa sentire alcun dolore, ma, se non si è ben allenati, si rischia una tendinite anche dopo soli 10, 15 chilometri. Per questo è utile svolgere anche allenamenti in palestra, magari con i nastri e la tavoletta propriocettiva. Infine è di fondamentale importanza il materiale tecnico, in primis le scarpe, che devono essere perfette!”.

Quali sono le maggiori difficoltà che si possono incontrare in una gara così lunga nel deserto? “Nel deserto – chiosa decisa Katia – non bisogna MAI andare troppo convinti! Allenarsi alle temperature desertiche è estremamente difficoltoso, perché una gara del genere la si prepara in inverno. Inoltre il modo di correre nella sabbia è completamente differente tanto dall’asfalto quanto dallo sterrato: sulla sabbia non c’è grip, come sulla neve, sulla quale consiglio di correre, sempre prestando grande attenzione! Bisogna, quindi, imparare a correre a passi piccoli senza spingere, per non sprofondare. E ricordarsi di partire sempre con moderazione… se no, ci si spacca!”.

Parliamo, quindi, di un altro aspetto, ovvero dell’allenamento della mente, che deve essere preparata a percorrenze così lunghe in un ambiente desolato, solitario e nuovo: “Per prima cosa – ci conferma – è importante capire che, nonostante tutto, in un deserto il runner non è mai disperso. I giudici di gara sono sempre presenti, nessuno si perde. Nonostante tutto è molto importante la figura di un professionista come un mental coach: la mente, infatti, va programmata. Alla fatica ed alla gestione delle crisi. Durante la preparazione dei miei ultratrail nel deserto io mi sono sempre affidata a Luca Taverna”.

Ultima domanda: cosa porta nel deserto Katia Figini, il gps o il cardiofrequenzimetro? “Personalmente – risponde – consiglio di lasciare il gps a casa perché, nel deserto, potrebbe essere solo un elemento di sconforto. E poi è utile imparare ad avere una corretta percezione delle distanze. Ritengo, invece, il cardiofrequenzimetro fondamentale: basta, infatti, una piccola disidratazione perché il battito cardiaco aumenti. Si crede di stare bene, dunque, e non ci si rende conto che si sta superando la soglia, e questo non deve mai succedere!”.

Matteo Trombacco

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