Ehunmilak, occhi aperti e cuore ardente

spirito tr[16]Questo è il motto di corre la 100 miglia basca

Siamo a Beasain, Nord della Spagna, Paesi Baschi e l’ultra trail Ehunmilak è basca persino nel nome: Ehunmilak, che vuol dire 100 miglia. Dunque, 168 sono i km che i valorosi atleti affrontano, con 11.000 m di dislivello positivo, in un tempo massimo di 48 ore. Gironzolo in zona ritiro pettorali, un campo dove usualmente i ragazzini giocano alla pelota, e c’è un gran fermento. Le gare sono su tre distanze: 168 km, appunto, 88 km e, per la prima volta, anche 42 km, con partenze differenziate, ma tutte dalla piazza centrale del paese. Oltre 1.000 i partecipanti. Per la più dura, lo start è alle 18, a seguire le altre. Sono loro che hanno più lunga la strada. Bene, ci siamo: sotto l’arco si assiepano i lunghisti, una musica da brivido incalza e dà coraggio. E’ di Vangelis, Conquest of Paradise, Conquista del paradiso: un titolo, una speranza, una promessa. Sono concentrati, sanno cosa li aspetta. Via! Partono questi cavalieri della montagna per la loro personale Crociata. Tra gli spettatori, un vecchietto seduto sulla panchina a godersi il fresco dice che torneranno “muji scansado”; già, certo, torneranno di sicuro molto stanchi, ma vogliono misurare il loro limite, spostare l’asticella un po’ più in alto. Grande pubblico, musica ancora più forte, applausi, emozione: tutto questo dovrà bastare loro per un bel po’.

Animo, buena suerte!

Così grida il pubblico fino all’ultimo concorrente che, in coda, chiude le fila. Li seguo nella notte, nei tratti in cui si può, su efficientissime ambulanze, corricchio anche, dove riesco. I track passano dall’essere corribili e nei boschi a quasi arrampicate rocciose e gli atleti alternano momenti di solitudine a pubblico che li incoraggia quando attraversano i paesini e arrivano nei punti ristoro, presepi nella notte. Qui c’è di tutto: dalla pasta calda a frutta, formaggi, biscotti, minestra, tè, caffè. I primi li passano di fretta, mangiano concitati, come lupi, e scappano via, con la loro luce frontale accesa, lucciole nel buio. Applausi agli arrivi e alle ripartenze, grande partecipazione. Mandubia, Zummaraga, Gorlako… Passa la notte, un mattino livido accoglie i concorrenti sparsi lungo i tanti km di percorso. Meglio. Il caldo renderebbe tutto più difficile. Tolosa, 77° km, 1° punto vita: qui i concorrenti possono cambiarsi con vestiti preventivamente messi nelle loro sacche e consegnate all’organizzazione, si riposano un po’, ma poco perché in gare così super lunghe non si sa cosa riserva la montagna, più si sta in giro e più si è a rischio imprevisti. E infatti, dopo una giornata incerta, arriva una pioggerellina che nella seconda notte diventa quasi tempesta, nuvole basse come nebbia. L’ambulanza accoglie qualche ritirato, una ragazza sale con un’andatura contratta, come di mal di stomaco. Negli occhi dolore/dispiacere/delusione. Non le chiedo niente, non avrebbe voglia di rispondermi.

L’arrivo dei primi

Ma facciamo un salto indietro. Primo a traguardare la finish line è Imanol Aleson, dopo 24 ore e spiccioli. Faccia tirata e muscoli di più, ma con la gioia negli occhi di chi ce l’ha fatta. L’anno scorso aveva sfiorato il podio in un quasi testa a testa con Dominguez Ledo Javi che in questa edizione, la 6^, è rimasto fuori dalla gara a causa di un infortunio, ma che è al di là delle transenne ad aspettare il suo arrivo e per stringergli la mano, che si allarga in un abbraccio tra i due campioni, il “principe” e il “re”. A Extegarate il 2° e ultimo punto vita, 130° km, sembrerebbe quasi fatta ma gli ultimi 38 sono tra i più duri. Ma non si molla, si arriva e si passa sotto l’arco. Ed è qui che incontro Marco e Cristina, manager a Milano e trailer qui. “La notte al monte dopo San Adrian, dopo 139 km, abbiamo trovato vento forte, pioggia battente, nebbia, freddo fino a 0 gradi e, soprattutto, zero visibilità. Difficoltà a individuare le balise, con conseguente allungamento spropositato del tempo gara”. Due aggettivi per definire la gara: “Durissima e calorosa”. L’adrenalina di colpo sparisce, resta il mal di gambe ma anche la grande gioia di avercela fatta. Il primo come l’ultimo, la stessa felicità, sono tutti “campeones”. Si stanno smontando i battenti della gara, svolazza qualche nastro segnaletico bianco e rosso, i ragazzini sono tornati a giocare alla pelota nel loro campo.

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