100 KM DEL CARIBE, 100 KM DI STORIE DI VITA

PierluigiBenini18[8]

testo di Silvana Lattanzio – Foto Pierluigi Benini

Colorata, allegra, tosta. Così definirei la 100 km del Caribe, Mariluz Vinãs la sua ideatrice. È la prima e unica gara di lunga distanza in terra dominicana, che entro i suoi confini non annovera neanche una maratona, figuriamoci un’ultra. Quest’anno, alla sua 2ª edizione, l’ho corsa quasi per intero, percependone meglio l’atmosfera, ascoltando le storie delle persone con cui ho condiviso parte dei percorsi. Ognuno con il suo vissuto, ognuno interessante e ricco di umanità. Quattordici le nazioni rappresentate, oltre 100 gli iscritti (pochi i ritiri nonostante il grande caldo/umido abbia reso difficile la prestazione ma troppo forte era la motivazione per cedere alla voglia di mollare), più che a 1.000 l’entusiasmo che ha coinvolto tutti. E come avrebbe potuto non essere così? Le 5 tappe hanno portato i partecipanti a correre ogni giorno in location diverse, con un unico denominatore comune: la natura, ma quella selvaggia, quella che non si attraverserebbe se non in occasioni così. Siamo nel nord della Repubblica Dominicana, sì quella con sabbia bianca, palme verdi e mare turchino. Ma non solo.

Agli iscritti alla gara completa, alla 100 km vera e propria, si sono aggiunti molti “giornalieri” autoctoni che, di giorno in giorno e di tappa in tappa, sono andati a ingrossare le fila dei veri “duri e puri”, fino ad arrivare a sfiorare le 300 presenze nell’ultima, quella della festa finale, delle danze e delle premiazioni in spiaggia.

Ma partiamo dall’inizio

1ª tappa: Cabarete, 10 km di sterrati e spiagge, con kite surf che volteggiano colorati nel cielo. Una tappa corta, veloce, piatta. Mare a sinistra e palme a destra, come non volare? Nessuna conoscenza o condivisione: queste di solito le si sperimentano nella fatica.

2ª tappa: Puerto Plata, 17,5 km di corsa in montagna coi suoi 1.350 m di dislivello. Eccola la fatica, ecco la condivisione. Io qui non corro, non ci riesco, cammino, e sul percorso incontro Helder Costa, portoghese, che scopro essere il tracciatore di questa gara e che quindi, “sul pezzo”, vuole verificare che tutto sia chiaro, non equivocabile. Ma sì, il percorso è chiaro, sono le gambe che non vanno! Scopro anche l’esistenza di questo mestiere che non conoscevo affatto, quello del tracciatore o, come dice lui in portoghese, del “marcador”. In cima alla montagna, all’arrivo, la statua gigante di un Cristo pietoso accoglie a braccia aperte i corridori stanchi. Si torna giù con la teleferica, per fortuna.

3ª tappa: Sosua, 18 km quasi tutti corribili, solo 380 i m di dislivello, niente di che, giusto un po’ di fisiologico up and down. Siamo nella giungla e ogni tanto, immerse nel verde, incontriamo casette isolate abitate da famigliole con molti bimbi. Io e la mia occasionale compagna che mi ha affiancato in corsa ci chiediamo che ci fanno lì queste persone, nel verde e nel nulla: che lavoro? dove la spesa? Dove la scuola? Lei è Thais Herrera, mamma/manager ma, soprattutto, triatleta. Scopro che molti competitors in questa gara sono della triplice e che qui, in Repubblica dominicana, il movimento sta avendo un crescendo esponenziale, un vero boom.

4ª tappa: Las Terrenas, la più lunga, 44 i km da correre e 760 i metri di dislivello da affrontare, certo meno “fisiologici” di quelli della tappa precedente. Spettacolare è il Salto del Limon, 50 metri di acqua in caduta libera che, circa a metà percorso, si tuffa nello specchio d’acqua sottostante, quasi come a ridare coraggio, a ridare energia. Tanti i guadi da fare in un zigzagare continuo dentro e fuori dal fiume, fino ad arrivare alle mangrovie dove, per aggirarle, dobbiamo entrare in mare per 2 km, con l’acqua che arriva fino alla vita (agli alti di statura andrà un po’ meglio). Ottimo idromassaggio naturale per gambe stanche. È qui che incontro John Haslett, californiano. Col suo abbigliamento un po’ casuale mi fa capire che proprio accanito runner non è. E infatti scopro che è qui come fondatore della Ninos de la luz, un’associazione che raccoglie bimbi abbandonati, che vivono da soli in strada; l’organizzazione dà loro una casa e dei “genitori”. È qui coi suoi ragazzi che chiudono la pista bonificando il percorso dalle bandierine e segnaletiche varie, perché “l’importante è che capiscano che non si può solo ricevere, ma anche dare”.

5ª tappa: Playa Lanze del Norte, ecco gli ultimi 12 km. Caldo, sole, umidità, ma ormai è finita, che saranno mai? I bimbi ci gridano “Animo, animo”. Sì, di animo ne abbiamo da vendere e ormai l’arrivo è lì, sulla spiaggia, con musica e festa per gli atleti. Quando passo l’arco non mi fermo neanche ma piego a sinistra, per tuffarmi dritta dentro il mare, con scarpe e tutto il resto, per un bagno ristoratore. Sul palco, ballerine con ampie e colorate gonne danzano ritmi caraibici. Sembrano dei soli sgargianti.

Premiazione

Primo uomo Carlos Perez, 49 anni, magro, pantaloni larghi, maglietta casuale e decisamente non tecnica. Scopro la sua storia. È un locale che l’anno scorso ha visto questa gara e se ne è innamorato sognando di farla e vincerla l’anno successivo. Detto fatto. Duri allenamenti e tanta determinazione: troppo importanti sono per lui i 5.000 pesos in palio per il vincitore. Vittoria nostrana, invece, quella in rosa: 1ª è la lombarda Alice Modignani, ultramaratoneta doc che, anche se pluricampionessa internazionale, all’emozione della vittoria non si è ancora abituata: salita sul palco, sul gradino più alto del podio, i suoi occhi lucidi l’hanno tradita. Si porta a casa come premio la partecipazione a una gara ultra in Costa Rica. Non male davvero, soprattutto per lei che è giramondo.

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