MAURIZIO GHIDINI: LA FOLLIA DELLA 9 COLLI RUNNING

di Cesare Monetti

Parli con i ciclisti e ti dicono che è dura, faticosa, lunghissima. Si parte da Cesenatico e si fanno 202km superando 9 colli. Sono oltre 10mila a correrla con la bici, eroi vorresti chiamarli. Poi però pensi che ci sono i runner per la 9 Colli Running. Una pazzia assoluta. La stessa partenza, lo stesso arrivo, gli stessi 9 Colli e gli stessi, infiniti, 202 chilometri. Qualche centinaio al via, gli ultramaratoneti più duri in circolazione, per una delle ultramaratone più difficili al mondo. E capita anche che qualcuno da lassù decide che deve piovere e fare freddo, decide di complicare le cose, come se già di per sé fossero facili.

In tutto questo c’era anche Oxyburn grazie al capello biondo volante di Ilaria Fossati e al ‘barba nera’ Maurizio Ghidini. Eroi d’altri tempi, guerrieri della notte tra vento e pioggia e gambe da non fermare. Ilaria è una veterana di queste esperienze, ma per Maurizio quasi un ‘debutto’.

“E’ una follia questa gara, uno splendido viaggio di 24 ore e 47’ minuti, 18 ore le ho passate sotto il diluvio. Qualcosa fuori dal normale, ma “qualcosa che mi ha segnato e insegnato” le prime parole di Ghidini ancora euforico anche se ormai nella quiete casalinga. “E’ stata una gara travaglio, difficile nella sua gestione e forse ho commesso l’errore di partire vestito troppo leggero. Ho preso un po’ di freddo e dopo il 100° km ho iniziato a camminare ed io quando inizio a fare così nelle gare poi vado un po’ in crisi mentale, in depressione. Perché amo correre e non camminare. Sono partito troppo forte, ho dovuto rallentare e far riprendere il mio corpo. E poi devo ringraziare una persona”.

E’ qui che viene fuori il cuore di un ultra-maratoneta, che bada alla sostanza delle cose, ed espelle tutto il superfluo: “Devo ringraziare mio figlio Mattia che per la prima volta mi ha seguito dall’inizio alla fine. 21 anni e 24 ore sul furgone a seguirmi, in giro per i colli tra i tornanti nella notte. Alzava la musica, mi parlava. Sembravamo l’A-team per come eravamo organizzati: si fermava, mi sedevo sulla poltroncina girevole, mangiavo, mi cambiavo e ripartivo. Ho tenuto duro per lui e grazie a lui che mi parlava dal finestrino”.

Un figlio che ti segue, la tua parte emozionale che macina chilometri come e più delle gambe: “Credo di avergli insegnato che non si molla mai in quelle 24 ore, ma anche lui mi ha insegnato che una persona, che un figlio, c’è sempre e comunque. Voglio pertanto ringraziarlo pubblicamente. Eravamo io e lui e nessun altro, è stato importante per me”.

E poi c’è stata la gara, i restanti 100km, la crisi di freddo, quasi l’ipotermia tanto da dover camminare per qualche tempo con piumino e guanti, il non riuscire più a mangiare, finché anche Oxyburn con il suo materiale d’eccellenza ha fatto la differenza. La maglia a manica 5055 Forty-Two corta e i pantaloncini 5030 Shout mi hanno fatto comunque stare asciutto e nessuna abrasione nonostante decine di ore. Mai avuto bisogno di cambiarmi. Ho solo preferito stare più caldo in seguito indossando i 5035 Rampage e la 5025 Build. Ho apprezzato come non mai questo materiale, portandolo all’estremizzazione dove senti davvero la differenza. Ovviamente avevo manicotti, calze e gli Spyd a compressione”.

“È finita che ho fatto gli ultimi 30km come un dannato, recuperando più di 10 posizioni, ad un ritmo impressionante, non so neanche io dove ho trovato tutte quelle energie per correre ancora. È stato un viaggio folle e meraviglioso insieme a mio figlio”.

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