FRANCISCO LAZARO, MARATONETA, E IL ‘CIMITERO DEI PIANOFORTI’

  

In questi ultimi anni si registra un certo interesse di scrittori letterati anche verso l’atletica leggera, disciplina che finora, nei confronti di altri sport – quali il calcio, il ciclismo, il pugilato – di opere bibliografiche in verità ne vanta assai poche (una per tutte: “La solitudine del maratoneta” dell’inglese Alan Sillitoe). E’ in quest’ottica che abbiamo finalmente colto il momento di leggere il romanzo “Il cimitero dei pianoforti” pubblicato nel 2006 dall’oggi quarantenne scrittore portoghese José Luis Peixoto, nato a Galveias, piccola località nella regione dell’Alentejo. Questo romanzo, pubblicato in Italia da Einaudi nel 2010, s’impernia, in buona parte, su una maratona.
di Ennio Buongiovanni

   Il romanziere Peixoto – che è anche poeta e drammaturgo – non lo si scopre certamente oggi. Laureato in Lingue e Letterature Moderne, è uno degli scrittori di punta dell’attuale Portogallo. I suoi romanzi – poco meno di una decina, di cui il primo risale al 2000 – sono stati tradotti in una ventina di lingue. Di lui il grande portoghese José Saramago, premio Nobel 1998 per la letteratura – ebbe a scrivere: “José Luis Peixoto è una delle più sorprendenti rivelazioni della letteratura portoghese contemporanea”.

    E con “Il cimitero dei pianoforti” il portoghese non si smentisce. Anzi. Ci regala  263 pagine certamente di non facile lettura, ma tutte di spessore, uno spessore che  coinvolge per il continuo avvicendarsi della storia intrecciata da sospensioni che catturano l’attenzione del lettore, per l’emozione atemporale dei fatti narrati e per l’eleganza, la raffinatezza, la musicalità dello stile e del lessico coi quali il lungo racconto si dipana.    

    L’impronta caratterizzante ce la da direttamente la copertina sulla quale appare un vecchio pianoforte dai tasti consunti, slabbrati, un campione di tanti altri pianoforti fuori uso, ammalorati, scordati, aggrediti dal tempo, senza più tastiere o pedali, tutti accatastati in un locale quasi segreto della segheria di famiglia nella quale in definitiva avvengono tutti i fatti salienti che coinvolgono i vari personaggi. La musicalità di Peixoto sembra scaturire proprio da quell’ammasso di pianoforti – una evidente metafora della vita con i suoi eventi di dolore e di felicità – ormai fuori uso o buoni solo come eventuali pezzi di ricambio. E come da una tastiera bianconera possono uscire note alte o basse, così le pagine dello scrittore portoghese sembrano scritte come spartiti di pianoforte. Spartiti che ricordano il fado e la voce di Amanda Rodrigues, per come sono concepite e per come sono intrise di saudade, una sorta di stato malinconico di tipica matrice portoghese. L’opera è una specie di saga familiare con tutte le vicende – spesso amare, raramente felici – di più esistenze delle quali si mettono qui a nudo le passioni, gli amori, le speranze, le illusioni, i fallimenti, le miserie, le amarezze, i tradimenti, le solitudini. In una parola, la vita attraverso tante vite.

    Gli aspetti distintivi di questo romanzo sono due proprio come due sono i protagonisti principali. Il primo aspetto è dovuto al fatto che i due protagonisti, padre e figlio, sono entrambi morti ed entrambi si raccontano. Una sorta di “Spoon River”, la famosa antologia scritta tra il 1914 e il 1915 dal poeta americano Edgar Masters  Lee, nella quale i protagonisti, tutti defunti, rievocano la loro vita. Il secondo, un leit-motiv vero e proprio, è la segheria, tramandata di padre in figlio, con la sua stanza dei pianoforti, un luogo della memoria, un cono d’ombra del passato ma anche del presente, attorno alla quale ruota continuamente l’intera vicenda.

    Il padre, morto in seguito a una lunga malattia, ricorda la sua vita imitato dal figlio Francisco, un maratoneta, che però la sua vita la racconta al presente e cioè mentre corre per le strade di Stoccolma la maratona olimpica del 1912 col pensiero rivolto anche a casa dove da un momento all’altro potrebbe nascergli un figlio. Solo che il suo racconto si interrompe al 30° km perché, qui giunto, si sente male, viene portato subito all’ospedale e nelle prime ore del mattino seguente muore. Bellissime le pagine scritte, come dire?, in corsa, ma anche prima della corsa, come in un backstage: ansie, speranze, fiducie, tensioni, emozioni, adrenalina, orgoglio, ambizione, fatica. Quelle in corsa trasportano in gara lo stesso lettore, al fianco di Francisco che puntualmente si racconta a ognuno dei suoi trenta cartelli chilometrici. Questa tecnica giunge a proposito perché ci chiarisce quando è il padre che si racconta e quando è il figlio. Ecco, l’unica riserva su questo bel romanzo nasce da un certo affastellamento degli avvenimenti per cui a un certo punto può apparire non del tutto chiaro a chi quest’ultimi debbano essere attribuiti. D’altronde a raccontare sono due defunti e dai defunti non si può pretendere tutto!…

   “Il cimitero dei pianoforti” è un romanzo, non è affatto una biografia. Ma s’impernia su un fatto realmente accaduto e cioè il malore mortale, avvenuto appunto al 30° km, al ventunenne portoghese Francisco Lazaro in gara nella V maratona olimpica tenutasi a Stoccolma nel 1912.

   Francisco era nato il 21 gennaio 1891 nel quartiere Benfica di Lisbona. Operaio in una fabbrica di automobili, vantava, pur così giovane, due titoli nazionali in maratona (1910-1911).

   La maratona si disputò il 14 luglio, una giornata torrida con 32° gradi all’ombra. Per giunta la partenza fu data alle 13,48. Un’ora impossibile con quel caldo. Vi parteciparono 69 atleti (di questi 47 europei, 12 svedesi). Queste notizie si devono a quel grande giornalista e storico che è Elio Trifari, ex vice-direttore della “Gazzetta dello Sport”. Chi volesse sapere tutti i particolari di quella corsa vada a leggersi le interessantissime pagine 175 e 176 de “L’enciclopedia delle Olimpiadi” curata dallo stesso Trifari.

   Fatto sta che giunto al 30° km Lazaro stramazzò a terra (al 25° km era 18°).   Sulle cause di quella morte sono state fatte diverse ipotesi: disidratazione, meningite dovuta a un colpo di calore, conseguenze del fatto che per proteggersi dal caldo Lazaro s’era ricoperto il corpo con uno strato di cera che, impermeabile com’era, gli causò un irrimediabile deficit elettrolitico e una insufficiente idratazione dovuta anche a una mancata traspirazione dei tessuti.

   Francisco Lazaro è stato il primo dei due casi di atleti morti in gare olimpiche. Il secondo caso si verificherà nell’Olimpiade romana del 1960 e a farne le spese sarà il 24enne ciclista danese Knud Enemark Jensen. Di lui si dice essere stato una delle prime vittime del doping. Lazaro a Stoccolma fu il portabandiera della squadra portoghese. Oggi è considerato in patria una sorta di eroe nazionale tanto che gli è stata dedicata una strada di Lisbona e lo stadio della squadra di calcio Clube Futebol Benfica.

   A vincere quella maratona fu il sudafricano Ken McArthur in 2h36’54”8 (i km erano 40,200); secondo fu un altro sudafricano, Christian Gitsham, a 58” e terzo fu l’italo-americano Gaston Strobino a 1’48”. Dei 69 partenti, tagliarono il traguardo in 34. Il nostro 17enne bustocco Carlo Speroni si ritirò al 35° km vinto dal caldo e dalla mancanza di rifornimenti (in seguito Carlo sarà 7° sui 5000 all’Olimpiade di Anversa 1920 e si ritirerà nei 10.000 in quella di Parigi del 1924; diventerà primatista italiano dei 5000 nel 1913 e nel 1919 e dei 10.000 per due volte nel 1924). A Stoccolma prese il via un altro italiano, Francesco Ruggero, ma partecipò in rappresentanza degli italiani di New York. Si ritirò pure lui (al 25° km).

  Lazaro, Speroni, Ruggero: che cosa simboleggiano se non un “Cimitero dei pianoforti”? Anche se il libro ci dice che mentre Francisco muore, suo figlio nasce.

 

Ennio Buongiovanni

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