MARCELLO “MARCH” FIASCONARO…40 ANNI DOPO di Cesare Monetti (fonte CORRERE Giugno 2013)

Anno di grazia 1973, Patty Bravo canta Pazza Idea, Peppino di Capri vince il festival di Sanremo, in novembre la maratona di New York festeggia la terza edizione, la Stramilano ha visto da due anni la luce e i milanesi scoprono l’austerity e la crisi energetica e…l’Arena, in occasione della sfida Italia-Cecoslovacchia di atletica leggera, è piena in ogni ordine di posto. Un pienone così oggi ce lo sogniamo. Mercoledì 27 Giugno 1973, sono passati 40 anni da quella magica serata rimasta nella storia dell’atletica italiana e non solo. L’italo-sudafricano Marcello ‘March’ Fiasconaro, nato a Cape Town il 9 luglio 1949, il padre Gregorio originario di Castelbuono, paesino sulle Madonie a 120km da Palermo, fa il primato del mondo degli 800 metri: 1’43”70. Ancora oggi è record italiano. Aveva una corsa massiccia, da rugbista, sport che aveva a lungo frequentato in Sud Africa. ‘March’ è un coraggioso, un solitario, un primatista senza lepri.

Fiasconaro vive da anni a Johannesburg, città da 10milioni di abitanti a 1800 metri di quota. Italiano ben parlato, fluente, e tanta voglia di farsi raccontare tutto delle ultime vicende italiane senza dimenticare di chiedermi di portare i suoi saluti a Franco Fava, oggi prestigiosa firma di Correre ma allora suo avversario in pista e da sempre suo grande amico.

Marcello, lei oggi ha 64 anni, cosa fa nella vita?
“Ho lavorato come rappresentante per Adidas per 34 anni qui in Sud Africa, a fine anno andrò in pensione e potrò dedicarmi al golf, la mia passione. Voglio imparare bene, avrò tanto tempo da ora in avanti. Insieme a mia moglie Sally potrò anche andare più spesso a trovare i miei figli. Gianna ha 36 anni e vive a Dubai, Luca ne ha 32 e sta a Cape Town dopo aver giocato anche a rugby a Parma qualche anno fa”.

Ha saputo della scomparsa di Pietro Mennea?
“L’ho saputo tre giorni dopo, qui se n’è parlato poco. Mi dispiace tanto e ci sono rimasto davvero male. Non eravamo grandi amici, forse ci siamo parlati solo qualche volta negli ultimi anni, ma abbiamo avuto in comune come allenatore il Prof. Vittori. Tanti allenamenti insieme a Formia anche per preparare gli Europei del 1971, anche se lui faceva i 100 e i 200 ed io invece preparavo il doppio giro di pista. Mi spiace di non aver mai potuto fare con lui una staffetta 4×400”.

Cosa si dice della brutta vicenda di Oscar Pistorius qui in Sud Africa?
“L’ho incontrato solo due volte, qui erano tutti fieri di lui, un simbolo. Ed io come altre milioni di persone sono rimasto molto ma molto deluso. So che era molto popolare anche in Italia e che da voi se n’è parlato tanto. Era un esempio per tanti ragazzi qui nel nostro Paese, siamo ancora sotto shock”.

Veniamo al suo record, quale il suo primo ricordo di quella notte 40 anni dopo?
“Fu una grande serata, una fatica immane e ricordo anche di aver avuto un gran mal di testa durante tutto il giorno. Non stavo granché bene, ero stanco, avevo già corso i 400 metri la sera prima, ma c’era bisogno di punti per battere i cecoslovacchi e dunque non mi tirai indietro. Con Carlo Vittori e Stewart Banner i miei allenatori decidemmo a tavolino la tattica: l’unica maniera per battere Plachy atleta dal forte sprint finale era cercare di scappare via, creare da subito un gap incolmabile, ammazzare subito la gara al primo giro. E così ho fatto. Sono partito forte, fortissimo fin dall’inizio. L’unica cosa è che non mi ha mollato, dopo il primo giro lo sentivo dietro attaccato a me, sentivo il suo fiato sul collo. Ai 600 metri era ancora lì, attaccato. A 150 metri dall’arrivo finalmente è esploso e ha rallentato. Io no, ho abbassato la testa, non volevo mollare. Che fatica, ma è stata una fortissima emozione”.

Niente lepri, una gara d’attacco, sembra la gara del keniano Rudisha alla finale olimpica di Londra?
“David è un grande campione, è stato capace di vincere l’oro olimpico e battere il primato mondiale con una gara tirata dal primo metro e dopo aver corso due turni eliminatori nei giorni precedenti. Nessuno sguardo agli avversari, niente lepri a tirare, un solo obiettivo nella mente: vincere. E’ determinato e ha una corsa leggera e naturale, è di un altro pianeta”

Segue l’atletica in televisione?
“Certamente, in particolare la Diamond League, 800, 1500 e tutte le gare del mezzofondo. Dovrebbero essere in pista sempre gente tosta come Rudisha, capace di correre e fare i primati senza l’uso delle lepri. Sarebbe tutto ancora più avvincente”

Quali i suoi favoriti di sempre sul doppio giro di pista?
Oltre a Rudisha non posso dimenticare Alberto Juantorena che batté il mio record del mondo nel 1976 nella finale Olimpica di Montreal. Fece 1’43’50” ed è stato l’unico come Rudisha a fare il primato mondiale in occasione della finale alle Olimpiadi. Poi c’è Sebastian Coe, classe cristallina”.

Si è spesso parlato di una ipotetica sfida sui 400 metri tra Usain Bolt e David Rudisha, chi vincerebbe?
“Bolt, senza dubbio. La velocità conta di più in un solo giro”.

Sa che dopo 40 anni il suo 1’43”70 è ancora il primato italiano. E se vanno avanti così le cose credo lo sarà ancora per altrettanti?
“Lo so, ma come mai? Ma ci sono giovani forti?”

…non forti come Lei. Giordano Benedetti nel 2012 è arrivato a 1’45”94, Mario Scapini è arrivato a 1’46”95….ma purtroppo ora sta correndo una gara dove c’è in ballo la sua vita. Era pronto per le Olimpiadi. Poi si sale a oltre 1’47” se non di più con altri ragazzi”.
“Mandatemeli qui in Sud Africa che li alleno io, ora che sono in pensione avrei tempo per seguirli” scherza.

Sa che ora il direttore tecnico della nazionale giovanile in Fidal è Stefano Baldini?
“Davvero? Il maratoneta?”

Sì, cosa ne pensa?
“Molto bene, sono sicuro che saprà trasmettere ai ragazzi la sua determinazione e la sua esperienza. E’ stato un grande campione”.

Da giovane come tutti i ragazzi sudafricani ha giocato a rugby, in Italia ha chiuso con l’atletica per giocare ancora con la palla ovale a Milano. Ha visto l’Italia nell’ultimo 6 Nazioni?
“Non mi sono perso una partita, gli azzurri sono cresciuti molto, splendida la vittoria contro l’Irlanda. Sono stati coraggiosi”.

Come Lei all’Arena quel 27 giugno ’73…
“Te l’ho detto, avevo mal di testa ma volevo vincere e ci ho creduto dal primo all’ultimo metro”.
BOX IN PAGINA
Ci permettiamo di riportare l’articolo pubblicato la mattina seguente al record sulle pagine della Gazzetta con la firma di Alfredo Berra, una cronaca attenta e minuziosa di quanto accaduto:
“Una cosa davvero unica al mondo. Il primato degli 800 metri non è mai stato fatto in questa maniera, cioè con un atleta che corre in testa dal via al palo e folgora il traguardo con il nuovo limite. I precedenti records di Snell, Doubell e Woottle, pareggiatisi in tempi diversi a 1’44”3, erano scaturiti da contese preparate con gli opportuni battistrada, oppure che si erano snodate in maniera favorevole a quello che sarebbe stato il campione. Stavolta, nella nobile Arena rinnovata in ‘3 M Tartan’, la quale è sempre un grande Tempio di atletica quando gli uomini e le cose cooperano nella migliore maniera, l’impresa è avvenuta. Marcello Fiasconaro ha tratto dalla ‘melange’ della sua educazione del nuovo Paese sudafricano e dalle antiche radici mediterranee, siciliane per la precisione (…) l’opportuno spirito per animare il suo splendido meccanismo di atleta e compiere un gesto che verrà ricordato negli annali, anche se lo sviluppo della vicenda atletica, il quale alterna curiosamente anni di stasi con altri di progresso incalzante dovesse avere breve tempo, magari ad opera dello stesso Fiasconaro, cambiare le cifre della tabella. Ripetiamo, la gara si è svolta in maniera semplicissima, come si apprende dalla cronaca. Primi 200 metri in 25”, poi 37”5 ai 300, cioè al momento del passaggio alla corda. Fiasconaro corre con impotenza, ‘in piedi’, come si suol dire, muovendo le braccia a stantuffo e le gambe con quel ritmo sempre un po’ curioso sotto l’aspetto estetico, ma potentissimo e redditizio. Lo segue naturalmente il solo Plachy, biondo cecoslovacco di classe che ha già un limite di 1’45”4, il quale non si dice al massimo della forma ma che dimostra comunque ogni migliore intenzione. Il numero ai 400 è 51”2 con Fiasconaro che mette la testa sotto che pare voler sprofondare il muro di leggero vapore e di afa che ha obbligato oltre a tutto a respirare male nell’insieme della serata. Plachy corre rotondo ma incomincia a sbattere i piedi e a perdere contatto. Ai 600 metri, è l’1’16”5 (25”3 per il terzo 200) e Fiasconaro si trova in una posizione di corsa che gli costa fatica sui 400 (e si capisce!).
Plachy ha perso contatto. L’1’16”5 dovrebbe già dire che il primato è fatto perché basterebbe un tempo di non molto inferiore ai 28” per conseguire l’impresa. E gli ultimi 200 sono corsi in 27”2. Poi il tripudio. Fiasconaro si prende la testa fra le mani. Attraversa il prato, va alla partenza dei 200, si sdraia a terra. Nessuno osa avvicinarsi”.

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