LO SPIRITO TRAIL NON E’ MORTO MA METTIAMOLO IN SALVO

Dopo quello che è successo domenica in Liguria, portando alla morte di un uomo/trailer, ho letto molti commenti e molti dialoghi, ho letto articoli e alcuni di questi non li ho condivisi, come quello scritto sulla Gazzetta dello Sport, riduttivo, impreciso, scritto da chi in realtà non conosce il mondo del trail. Ma ho letto anche critiche a chi, come Gianluca,mio fidanzato e ultratrailer, ha centrato secondo me il punto della questione. Nel mio piccolo mi sono posta mille domande ed ho voluto capire, ho chiesto a Gianluca che fa parte di questo mondo e ne sa più di me,che vive la montagna e lo sport fin da bambino; l’ho tartassato di domande per avere delle risposte.

di Lucia Tancredi
È solo il mio pensiero,tratto dalla chiacchierata con lui; conosco la sua meticolosità e serietà come persona e come atleta e faccio tesoro di tutto quello che in questi anni ho imparato da lui sulla montagna.
Quando succedono delle tragedie in montagna, ci si interroga subito su di chi siano le responsabilità, se dell’atleta, dell’organizzazione, dei soccorsi, sempre pronti a puntare il dito su qualcuno. Io credo che tutto dipenda dal buon senso e in questi casi dalla mancanza di buon senso dell’uomo. Le condizioni non saranno mai quelle che ci aspettiamo prima della partenza, perché tutto può cambiare da un momento all’altro e chi conosce la montagna questo lo sa, è la prima regola, tutto può cambiare, tutto può succedere e noi dobbiamo essere preparati ad ogni evenienza. Che dal sole si passi alla pioggia, che dal terreno asciutto si passi al ghiaccio, che dallo star bene si passi a soffrire, chi conosce la montagna deve sapere cosa fare. Non ci s’improvvisa, mai. Né per un trekking né per un trail. E non è come andarsi a fare una corsa lungo il fiume, no, quella la fai ogni giorno e ti puoi improvvisare lo sportivo della domenica ed anche lì qualcosa può capitare, ma il rischio è limitato a crampi, stiramenti o a stanchezza. La corsa, infatti, la corsa non è montagna, chi corre su una strada o su un sentiero pianeggiante, che sia un amatore o un agonista, che abbia corso 20km o 100km non è un trailer. Negli ultimi anni molti, e direi troppi, si improvvisano trailers, è diventata una moda, il voler emulare i veri campioni, che non sono campioni perché vincono gare, ma sono campioni perché le montagne le vivono con anni e anni di esperienza, sono uomini che la montagna la conoscono davvero. Negli ultimi anni troppi si sono lanciati nel business del trail, credono che basti indossare un paio di Salomon, uno zaino idrico e sono pronti a tutto. Ci si sente Kilian, ma occhio, Kilian è cresciuto tra le cime, Kilian sin da piccolo ha mangiato pane e sentieri, pane e neve, tanti, troppi invece No. E mi ci metto anch’io nel gruppo degli avventati, io che da ultramaratoneta con km e km di strada e km e ore di trekking nelle gambe, e qualche bella caduta, ho ingenuamente pensato di iscrivermi a un trail non alla mia portata. Ho pensato che io sulle gambe ci so stare anche 12 o 15 ore, che di trekking lunghi ne ho fatti, ma.. ma cosa? Sono partita per un trail con tanto di residui di febbre, riflessi non pronti, ma ho avuto sin da subito, dopo la terza scivolata in discese ghiacciate, il buon senso di fermarmi. Io che non sono certo un campione, ma che corro e sono consapevole dei miei limiti. Molti, troppi, pur essendo consapevoli di non avere esperienza si improvvisano trailers e si iscrivono a gare ultra, senza esser passati per anni dalle scuole elementari alle medie e poi al liceo.
Quello che ho imparato sulla montagna lo devo a Gianluca, dal nostro primo trekking ed erano i miei primi passi su un sentiero. Ero curiosa, euforica, ma volevo imparare. E di imparare non si finisce mai, ogni passo una cosa nuova, ogni km le cose cambiavano, salita, discesa, come andare sulle rocce, come aggrapparsi, come non farsi prendere dal timore e dall’ansia ma restando calmi e guardare non limitarsi a vedere. Occhio Lucy, in montagna non si scherza, ci sarà il terzo tempo per scherzare, il ristoro in riva al lago per non pensare, ma quando sei tra le rocce, quando a due passi dal tuo piedi hai il vuoto, ci vuole il triplo dell’attenzione. Ho imparato molto e per ignoranza e a volte per incoscienza ho toppato. Mi sono congelata per un maglione in più a cui non ho pensato, mi son persa per non aver prestato attenzione con la testa realmente tra le nuvole, abbiamo diviso una lampada frontale perché avevo dimenticato la mia, ho sofferto la sete per non aver dosato l’acqua che avevo. Ma questi errori che possono sembrare stupidi visti da chi in montagna non ci va, in quel momento potevano costarmi tanto. Gianluca è una persona meticolosa, lo è nella vita, ma quando siamo in montagna lo è ancor di più, spesso gli ho detto che rompeva, ma poi ho imparato che la meticolosità in questi casi non è mai abbastanza. Tutto può succedere Lucy, le cose possono cambiare e tu che fai? devi aprire la mente alle possibili conseguenze, perché non hai molto tempo per decidere mentre ti stai congelando, non hai tempo per frignare. Questo “non aver troppo tempo per” l’ho imparato sulla mia pelle all’Arrancabirra 2011, partiti con 27 gradi da Bologna ci siamo ritrovati con 4 gradi e il gelo a Courmayeur. L’Arrancabirra Gogliardica, 18 km di trail per divertirsi e stare con gli amici, per poi far festa al Terzo Tempo. Siamo partiti che già si gelava, la maggior parte era vestita come se andasse a fare una corsa, molti in pantaloncini e maglietta indossando maschere scherzose per l’occasione e senza zaino con il materiale utile per un trail. Io ero la più vestita, forse troppo ho pensato prima di partire, scherzosamente mi son guardata con gli occhi di un vero trailer e mi son detta “oi, non è un trekking quanta roba ti porti? Quant’acqua? Non sei vestita troppo?”… col senno di poi tutto quello che avevo è stata la mia salvezza. Era tutto una pista di ghiaccio in salita e in discesa, tutti che cadevano, si aggrappavano, il più delle volte cercavi un appiglio, cercavi neve non calpestata per non continuare a scivolare. Mi sono fatta male, ci siamo fatti male, in tanti e quando siamo arrivati, oltre a non trovare risposte sul perché non hanno fermato la corsa, sul perché nessuno sapeva dirci niente lungo il percorso, lasciati allo sbaraglio di dovercela cavare da soli alla meglio, all’arrivo abbiamo trovato gente che festeggiava, ma festeggiare cosa se dietro di noi c’è gente che non sappiamo se arriva, c’è gente che è in difficoltà? The show must go on vero? Beh, io non ho trovato un motivo per brindare.
Ma l’organizzazione dov’era? perchè non hanno fermato la gara? l’Arrancabirra era un trail corto (e meno male!)ma si è trasformato in un’agonia per molti. Se ne sono dette tante in quei giorni, sputando addosso non all’organizzazione ma agli atleti che si sono iscritti dicendo che non erano capaci. cosa? Dove sono le regole di sicurezza per gli atleti? penso al famoso Utmb, che oltre ad essere un trail è anche un bel business. Ma l’Utmb è una gara organizzata in maniera impeccabile e in due anni hanno dovuto accorciare il percorso per sicurezza, pensando alla sicurezza degli atleti e facendoli passare lì dove i soccorsi sarebbero arrivati senza alcuna difficoltà. Molti quest’anno si sono lamentati del percorso alternativo, non pensando invece che la serietà di chi organizza è la salvezza di partecipa. Per fortuna ci sono molti organizzatori di trail come Maurizio Scilla e Nico Valsesia, i Malandrini e tanti altri che sono meticolosi, attenti, organizzano i loro trail alla perfezione, affinchè noi possiamo divertirci e sentirci sicuri.
Quando Gianluca mi ha raccontato della Via Lattea 2009, con una temperatura di meno 30 gradi, in un primo momento ho pensato: siete dei folli, è pericoloso, metti a rischio la tua vita. Poi ho conosciuto queste gare e il Trail di Monte Casto, ho partecipato anche io come trailer amatrice e mi sono sentita sicura, grazie alla precisione e all’attenzione meticolosa degli organizzatori. C’era pericolo per la troppa neve? Percorso ridotto, più gente sul percorso. Siamo arrivati al traguardo ringraziando Scilla e lo staff e lì si che il Terzo Tempo è stata una festa. Alla Maremontana perchè non hanno ridotto il percorso e fermato gli atleti? farli passare dove un’elicottero non può salvarti la vita? assurdo. e fa riflettere, si, fa riflettere sul fatto che ci vogliono delle regole ferree anche per i trail e che queste regole siano rispettate prima dagli organizzatori e poi dagli atleti. Ma no, il mondo del trail non vuole sottostare a delle regole ferree, si vuole sentire libero, libero? da cosa se ci va di mezzo la vita? libero per quale motivo? per lo spirito del terzo tempo che è in noi quando corriamo tra le montagne e allora sentiamoci liberi di non rispettare le regole? Assurdo! o è non volersi prendere delle responsabilità? siamo sicuri che tutti i trail a cui partecipiano per divertirci abbiano tutti un’assicurazione per noi atleti? dopo domenica mi è venuto questo dubbio. mi chiedo se sia solo business e non più lo spirito trail che tanto osanniamo. Mi chiedo perchè alcune gare che fino all’anno scorso erano sconosciute a molti, poi diventano piene di iscritti perchè fanno parte del circuito mondiale ed allora è tutta pubblicità? L’anno scorso siamo andati a Val d’Isere per l’Ice trail de Tarentaise, pochi iscritti per lo più francesi e gli italiani ci contavamo sulle dita di una mano. Che sia una gara poco conosciuta lo capisci dal briefing in sola lingua francese, tutto in lingua francese e tu italiano a sperare che come nelle altre gare internazionali ti diano un minimo di informazioni in inglese, ma nulla. Guarda caso quest’anno tutti all’Ice Trail, solo perchè fa parte del Circuito di Skyrunning. ci si vuole sentire liberi ma tutto diventa un business? Penso al Tor des Geants, tutti a far polemica per le condizioni di iscrizione, i prezzi, i soldi che si perdono se non passi il sorteggio, tutti a far polemica, ma la polemica poi c’è stata davvero con trailers che si sono astenuti dall’iscriversi? No. Due mila preiscritti. gli stessi che hanno acceso la miccia e poi hanno nascosto la mano. Questa è ipocrisia!! Mi chiedo se cambieranno mai le cose, spero di si.
Spero vivamente che la morte di un altro trailer faccia riflettere, prima gli atleti per far si che ognuno di noi metta più attenzione e buon senso nel fare le cose, ma spero che cambi qualcosa nelle regole per iscriversi a queste gare e nell’organizzazione delle stesse, nelle responsabilità di chi organizza. Alcune gare pretendono un curriculum sportivo, sono d’accordo. Questo non per scoraggiare e andar contro a chi vuole “diventare un trailer”, ma per insegnare loro che non si scherza con la montagna, devi conoscerla prima di avventurarti. Inoltre spero che il materiale obbligatorio sia davvero obbligatorio, sia per i campioni, sia per le retrovie e che ci siano controlli severi.
Molti hanno sempre da ridire sul materiale obbligatorio. Parti per un trail e sbuffi leggendo la lista del materiale obbligatorio? Lo fanno in molti, quando invece secondo me bisognerebbe portarsi anche il consigliato, non lì sta scritto per caso, ma per dirci “occhio, non vai a fare una scampagnata tra le colline di Firenze (e pure lì l’impermeabile te lo porti, perché potrebbe piovere), ma stai andando in montagna , che siano 18km o 46 o 100, tutto può succedere”. E invece quando andiamo ai trail, spesso vedo trailers che si arrabbiano e sbuffano sul materiale obbligatorio per loro eccessivo, cercano sotterfugi per passare i controlli e partire senza, per partire leggeri, leggeri?? Non siamo Kilian che ha lo staff al seguito e se gli serve qualcosa è tutto servito sul piatto d’argento, no. Partire leggeri? Tutti campioni? Ma non scherziamo, perché così si scherza con la vita. Il materiale obbligatorio secondo me andrebbe controllato a ogni ristoro, a sorpresa davvero e chi viene trovato senza oltre a dover essere espulso dalla gara, dovrebbe imparare la lezione, ma no. Quando io e Gianluca prepariamo lo zaino per ogni gara, ricontrolliamo meticolosamente ogni cosa, obbligatoria e consigliata e ci diciamo sempre “questo potrebbe servire, portiamolo!”. Questo potrebbe servire? SI. Sempre. Una maglia in più avrebbe potuto salvare dal congelamento un trailer, un gel in più potrebbe servire in caso di giramenti di testa, un po’ di acqua in più potrebbe aiutare un compagno. Ho diviso la mia acqua in più con un compagno di gara a Parigi, troppo caldo, inaspettato, troppi fenomeni partiti solo con la borraccia al seguito e chissà se davvero piena, fatto sta che molti erano disidratati e si lamentavano, l’acqua ce la siamo divisa, ma ho pensato: che coglioni! Che fenomeni! Che ti pesava un sorso d’acqua in più? Ringrazia che l’ecotrail de Paris non ti porta sulle montagne ma in un bosco altrimenti altro che camminata, se ti girava la testa in cima cadevi di sotto!!
Ma io non sono nessuno, io sono tra quelli che arrivano ultimi, ma che a differenza di tanti mi diverto e lo faccio perché voglio conoscere, scoprire, voglio godermi quello che la montagna offre e non mettermi a giocare alla roulette russa con la vita.
Gianluca in questi anni mi ha insegnato a guardare e non limitarsi a vedere, a rispettare la montagna e i suoi molteplici aspetti, imparando a conoscerla, lei, come una signora, che come una donna cambia umore quando meno te l’aspetti, che in un momento ti sorride e poi lunatica com’è s’incazza e piange. Mi ha insegnato che l’uomo di montagna ha un’etica da seguire, che sia un trail o un trekking, ci sono delle regole, ma ai veri uomini di montagna non devi ripeterlo due volte, diventano un tutt’uno con lei. Molte volte siamo andati sul nostro Appennino per camminare, correre, allenarci, divertirci, abbiamo camminato per ore e ore, cercando la profondità di quello stato d’animo che riusciamo a ritrovare solo in quei sentieri e tra quelle rocce. E in quel silenzio della natura, purtroppo non più incontaminata, ci siamo dovuti scontrare con quelli che quel silenzio non lo rispettano, che contaminano non solo col sudicio di un turista, ma con il rumore del loro vociare. L’etica della montagna. Rispettarla, ascoltarla, imparando a conoscerla con l’umiltà di dire a se stessi che non si sa tutto, che non si è esperti, che non si finisce mai di imparare. Ma a volte si fanno cazzate che costano la vita e in questo caso, no, non hai una seconda possibilità. Molti stradisti si improvvisano trailers, molti sottovalutano i rischi, molti credono che basta aver fatto qualche trekking lungo e qualche trail medio per potersi iscrivere al Mont Blanc. A giugno seguivo il Trail del Malandrino, all’arrivo tra i primi ricordo le parole di un trailer valdostano: “non conoscevo il vostro Appennino, pensavo fosse più semplice ed invece…. “…se era tra i primi non era certo un inesperto. Ho subito pensato al “pensavo fosse più semplice”… io che il nostro Appennino l’ho camminato tutto e ad ogni trekking sto imparando ogni volta a conoscerlo, il nostro Appennino che come difficoltà è più tosto di Valdigne (e lo dico perchè ho percorso entrambi senza dovermi iscrivere a entrambe le gare ma per amore della montagna).
Umiltà, ecco la parola chiave, l’umiltà che ognuno di noi dovrebbe avere riconoscendo i propri limiti e i tempi per imparare a superarli. Umiltà che unita al buon senso per creare un ennesimo pericolo in ciò che è già di per sé difficile e può per disattenzione o caso costarci la vita.
Buonsenso, quello che dovremmo avere quando ci prepariamo per una gara, non sottovalutando niente, perché non conta collezionare medaglie, ma divertirsi e tornare a casa da chi ti aspetta con la tensione e la preoccupazione di chi guarda dall’esterno. Se devi patire non ti diverti, se devi congelarti non ti diverti, tutto diventa un’agonia ed allora che senso ha essere lì. Siamo sinceri.
La mia è solo una voce nell’oceano, ma è facile sparare contro chi, come Gianluca, vuole lottare perché ci siano regole ferree e farle rispettare. Lo spirito trail non è morto, no, ma non morirebbe nemmeno con qualche regola in più da rispettare, morirebbe invece se non ci fermassimo a riflettere seriamente, se non ci ponessimo delle domande, se invece di risolvere tutto con il luogo comune “The show must go on!” ci prendessimo le nostre responsabilità. Lo spirito trail non è morto, ma traiamo insegnamento dagli errori fatti finora e non lasciamolo morire davvero. L’amore per la montagna, il condividere ognuno nel suo piccolo e poi tutti insieme quello che la montagna ci insegna, imparando a rispettare lei, ma anche noi stessi e chi condivide con noi questa passione. E poi si che il Terzo Tempo sarà davvero una festa!!
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